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Non escludo il Ritorno | Ass Cult Press nel 2018

Posted in Libri, Razioni K with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on giugno 1, 2018 by Ass Cult Press

come una prefazione

INADEMPIENTI E DISADERENTI

 

Il tratto distintivo di Ass Cult Press é l’indisponibilità: bella, schietta, che accomuna giovani idealisti e vecchi cinici.

L’indisponibilità rispetto al farsi della cultura, strumento di poteri e conventicole, e l’ecumenismo scontroso di poeti sempre all’insegna del fortóre, dell’inadempienza allo smercio. Il reading come grimaldello e il pregio ingrato di chi non ha mai goduto di sovvenzioni ricattatorie.

“Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate” diceva quello bravo… ma chi ci è nato?

Andrea Betti per Ass Cult Press

come una postfazione

NON ESCLUDO IL RITORNO

Così come nella storia di Ass Cult Press non erano esclusi il silenzio, l’autoesilio, il disarmo unilaterale, allo stesso modo non era escluso il ritorno. E infatti eccoci.

L’antologia viene dal fortóre, dalla gioventù inossidabile e sfrontata, è breve, disorganica, non è considerabile un nuovo inizio, non ha prospettive.

È un defunto che ci appare nel sogno, fa dei movimenti incomprensibili con le mani, biascica parole senza suono e poi gira dietro l’angolo e quando, sempre nel sogno, lo rincorri è scomparso.

Sul comodino al risveglio trovi una piuma che non sei sicuro ci fosse al momento di coricarti.

Non sei sicuro.

Simone Molinaroli per Ass Cult Press

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Emancipazione Petrolifera | Andrea Betti – La Felicità Terribile (2013)

Posted in Libri, Poetry for the Masses with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on marzo 20, 2015 by Ass Cult Press

Introduzione all’emancipazione petrolifera

Più veloce del buio – amico dell’asimmetria – strabico forse, la rete del buio – strabico con la mano sul cazzo – a cercare l’infelicità, o sarebbe meglio dire nulla – non essere felici – non essere tristi – apprezzare e combattere il decadimento – ascolta la frana – il silenzio che sommerge ha la forma del fango – la presunzione di un’amante strangolata nel suo ruolo d’impiccata che ride, e non scende – e non scende dal suo patibolo – Viva alla faccia vostra – la noia ha lo sguardo di uno spermatozoo – forse l’ultimo colpo in canna – di chi è diventato – tragicamente ordinario – di chi ha scelto la via del bruco – una top model in giro col sacchetto della spazzatura, ordinaria, sciatta e sublime io sono – svuota le lacrime nel cesso – un vortice grasso, l’oceano buio e immobile, le cinque del mattino – l’aria risucchiata dal sole sa di limone marcio bocchino amaro e grappa puzzo di merda – strapparsi di dosso le mutande e scoprirsi bambola – cardiotester, ginnastica, dieta e buio. Sveglio.

Emancipazione Petrolifera

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A

Tremore, capezzoli dipinti di rosso – truccati come motorini, o come macchine della polizia – minacciosa e ferma la tagliola mi guarda, la mia zampa recisa, la lingua ruvida, i dentoni della puttana, parrucche d’ossidiana, istituzioni & prostituzuioni fanno girandolina, vertigo e tv color guardato di spalle, sulla parete…ed io sono il cono d’ombra ed anche la tua bocca e d’ombra cumulonembo sul prepuzio e poi precipizio, rocce che si sgretolano, carismi calanti, duci col braccino da nano simulano urlini velocizzati a 45rpm e pisellini da rockstar ma sembrano fans malpagate e forse sì, appagate – gli storici baffetti eruttano democrazia, platea butterata in plauso: la serietà, la responsabilità, l’allineamento e l’estasi – baffetti che lasciano miracolose macchie di rossetto su tazzine di caffè in porcellana madonna\che\piange – se piangi, se ridi – solo Gino [Gino de Dominicis, artista n.d.a.] l’ha fatta ridere! non si può continuare a venerare dei affranti o infrangerli continuando a deificarli i venerei no, no, no è giunta l’ora di crocifiggere buddha e vedere il suo sorriso idiota tramutarsi in urlo – il ricambio sta alla base della natura e i su’ processi – lo dice anche il meccanico fiat di fiducia – ed il processo o si perde o si vince o X – l’avvocato è solo una tua protesi costosa e, si dice, vivente – magnetofono umano e cosciente di sè, silicone di puppe criminose – soggettiva di scugnizzo in scooter per i vicoli – la sola luce del fanale illumina il turista con occhi sbarrati – tu mi fai orinare champagne!- donne nude si rifugiano ai suoi piedi – intanto in campagna un carosello di cloro da piscina sterilizza mille ettari di Terra, ed in piscina stanno senz’acqua su due materassini polverosi, due pseudomilionari col sigaro accanto a puttane morte all’alba sul fondo, fra le righe blu che movimentano il mosaico – bizantinismi? No, è la gerarchia che si paluda d’ori e occhiaie fino al suo acme – è piuttosto caravaggesca la vita nel suo risolversi da tali premesse – affiorare dal buio, deflorare nel buio ondulatori e senza cattiveria – solo tanta buona meschinità spalmabile per la tua merenda da campioni – un campione di football coi labbri sudici di cioccolata tiene in braccio una bambina e come Lenin indica il futuro (con una caccola sul dito)-

B

Turisti e futuristi boccheggiano a Venezia, mentre olimpionici fiorentini neorinascimentali, nazisti & baristi a inculata gemono 6000 lire per un cibino artificiale da microscopio elettronico dietro il loro volto marmoreo di smog e anglobarbarico – volgarità del Basso Impero, tutte le tronche con la “e” in fondo – do yu wante e sendwicce? – gli stolti pagano invocano benedizioni – la gotta ha comprato tutte le loro azioni & articolazioni mentre sacrificavano buoi ogni giorno al loro dio\stomaco – Stomachevole divinità – Venezia e Firenze ci provano con tutti i loro puzzi & dialetti a cacciare lo straniero – migliaia di persone che divorziano simultaneamente, anatomia e distacco, vivisezione di cuori\latrina – palazzoni oberati dal silenzio e dall’odio per gli animali, circondati da pestilenziali autodromi, zecche di monete ottenute dalla rottamazione agevolata e involontaria della tua auto, ebbro e sanguinante conio, un volto di carne e di profilo inciso e incassato nelle lamiere più bello della Nike di Samotracia un livido unico dalla bazza ai capelli che si staccano come fiori dalla mota – neri steli – centrifuga di miserie e bambini proibiti; è facile odiare la musica e gli animali se si vive così – è automatico – l’ambulanza è scolpita in fondo all’ingorgo e raffinati restauratori approntano le loro spatole per staccare l’affresco umano e già morto dalla sua nicchia di acciaio a buon mercato – più che una bara ci vorrebbe una busta, magari di quelle col pluriball oppure un tubo da disegni – il brigadiere intanto scrocca una malboro al morto, allontana i curiosi – odore di pasticceria – buio arancione – i turisti falcano a gambe gnude e ritorte come olivi albini le zone a traffico limitato, le aree pedonali, i mausolei, i ladri ricchi & poveri, i loro dimenticabili successi, un giocoliere, un cartomante, alcuni militari in libera uscita, sdentati e cellophanatisi i capellini corti vanno alla deriva convinti di divertirsi alle spalle del presidente della repubblica che riducchia da una foto ed elargisce uniformi demodè; il parlamento finge di votare, piove LSD su Roma ed i tifosi si bruciano come bonzi – le guerre sono faxate a bassa risoluzione, quadrettini e pixel che accentuano l’irrealtà – l’immaginario informativo esce 140 parole al minuto da bocche umane e liquide animate su sfondi a tinte piatte, gli occhi disegnati il naso finto, puppe & fagioli rifatti – un decennio di avanzi saltati in padella col burro d’arachidi e altri troiai americani, un decennio di fotocopie col toner finito all’infinito, un decennio di calchi di idee bloccate di novità inventate, un decennio conveniente: tutti gli altri decenni al prezzo di uno, una trincea chiamata eclettismo accoglie tutti dal dubbioso sincero allo squalo tigre e l’uomotigre non lotta contro il male ma lottizza molto, un decennio come un polpettone dopo la massacrante settimana gastronomica del novecento, quella che ha montato turbo intercooler ai ciuchi col barroccio senza anestesia, che ha deodorato col propano i proletari e i contadini, che ha trasmesso loro ideali per cui battersi coi baci perugina e casine d’acqua e zucchero di cento piani dove ogni scoreggia è una festa paesana e l’odio nel midollo spinale conta ogni globulo rosso annerito e minaccia “Verrà il giorno….” ed il giorno venne – un eclisse tumultuosa esplose il bubbone di sole frantumando i mille cerotti novecenteschi, le purulenze inondate di sangue fresco crepitavano travolte come dal magma – l’etna esplodeva fiori ceneri e neve – le simmetrie si rivoltarono come gatti feriti ed i cani da esposizione sbranarono braccia con orologione, le unghie limate ed il trofeo di latta in mano – le cinte murarie strabuzzarono sugna con volti di conoscenti e nemici a candirla, berretti di carabinieri per aria come granella, le cispe negli occhi a presa rapida accecarono piloti d’auto blu e il senatore, il primo ministro ed i lacchè finirono decapitati in fuga da una pala d’elicottero del regio esercito – un residuato di Fort Lauderdale in realtà, di quando i caccia venivano inghiottiti dal triangolo delle bermude e le bermude erano pantaloncini alla moda per twist sul panfilo con la gambina ramata e tutto ciò era decisamente sessuale, prosaico e maschilista ed i colori erano meno grigi e l’oceano per le nostre crociere era un suggestivo mestruo industriale blu, dipinto di blu con il colorante apposito e nocivo – negli anni sessanta era tutto più roseo, anche i prosciutti cotti – le sigarette facevano elegante, la benzina aveva più piombo d’una cannoniera e Moschè Daian era un eroe – anche kennedy – ora sì che abbiamo un bel daffare a levarci questa cingomma dalla suola, tutta spiaccicata com’è, impastata di terzi mondi e occhioni lacrimosi – è un bel dire siamo in troppi, e le astronavi per emigrare non ci sono finchè lo spettro di Einstein ci fa le linguacce e ci scherza “la velocità della luce non si raggiunge, non si supera….”….ma la velocità del buio? Ve lo siete mai chiesti? La materia nera….il petrolio….

C
Invaghitasi di un dolce petrolio notturno, passava tutti i tramonti alla fioca radiografia d’un lume, un fiammifero che appena sfregato emetteva un rosso fumetto di decadanza del sole con scritto “vissi d’arte…” – un effimero baloon di fiamma e accendeva il lume puzzolente della vita lo guardava senza cedere alla tentazione di sditalinarlo, una volta si bruciò i polpastrelli, polpastrelli alla griglia, roba da gran gourmet – era senza impronte digitali perciò analogiche, impareggiabile diva omologata, un’evaporata, una vanesia, una cazzona che legge segni e misteri in ogni chincaglieria cronologica in ogni sbuccino temporale – i fulmini sembravano nervi quella notte, la marmorizzavano come vasi capillari e come essi esplodevano e poi buio – le somiglianze delle cose organiche, mi chiedevo…vene e fulmini…mi chiedevo se la vita cosciente non è solo la somma di vite incoscienti e monocellulari coi celerini che spaccano il culo ai protestanti, così, da bravi cattolici, ma a ghigno duro e casco azzurro! l’arte permette di fare terrorismo senza morti nè feriti, forse feriti ai propri ideali ai propri interessi, il terrore di un’epoca il suo avvento, l’epoca del comune privilegio, l’avvenire – l’arte deve far soffrire questi nemici deve urtare le morali le religioni e le banche, rimescolarli come una polenta sennò tutto si raggruma – l’arte deve essere travaglio, travaglio spontaneo di partoriente, deve concepire – anche a costo dello stupro deve fecondare – l’arte che fa sì sì col capino diligente ed incassa il suo appannaggio di complice, che svariona fra spiritualismi mondati d’ogni spigolo ed estremità pungente, senz’angoli amorfa e streamline per sgusciare aerodinamica in un piccolo cielo di codici permessi e deputati…quella roba lì deve essere passata al frullatore, diventare una mousse, una crema acrilica, una tinta piatta di sfondo sulla quale affioreranno noccioli, cancri, grumi, grassi, muscoli, calcoli, nervi – la roba che non si omogeneizza, la roba che si corrompe – l’essere la roba che è – l’intelligenza svogliata fa le moine, chiede tempo, fa gli sforzi paonazzi come un cinquantenne puttaniere in palestra – il suo cuore di mocassini balla la rumba – è lucida lei a differenza del cervello sfrangiata giacca da cowboy presa a prestito da john vein, ancora polverosa di cavalcate nel deserto – altri 6.000.000.000 di individui ne hanno una uguale, originale eh? un pezzo unico…
La puerpera s’ammanta di crostacei fritti, le voglie la strizzano e la risciacquano, il creaturino reclama cibo, s’apre lo spioncino dell’ombelico materno e come una massaia sospettosa osserva il rappresentante che vuole vendergli il mondo: decide di autoabortirsi – ogni mamma è come un sommergibile, anzi il suo opposto – il liquido (amniotico) sta dentro non fuori, così come il piccante periscopio – il piccolo osserva dallo spioncino – miliardi di cuccioli di topo, neonati fuggono terrorizzati da una mostra – cosa può averli così atterriti? certo che la mostra è sorella al mostro, ma hanno ancora gli occhi chiusi…a volte basta il puzzo, l’odore della paura fa fare cose impensabili – ecco ora allunga il braccino dal buco della madre svampita che giocherella col petrolio, e coglie un topolino: è vestito cool coi pantaloncioni e le scarpe da skeit – il piccolo si decide ad uscire – è timido e viscido come una lumaca le sue antenne strascicano sul marciapiede, la madre non s’accorge di nulla – ma lui è fuggito – lui è tutto brodoso e immobile dado gelatina trepidante cucchiaino d’argento inghiottito in essa – proiettile – pian piano secca s’incartapecorisce diviene merda di cane estiva – polverizzato, alcune parti ancora grattugiabili su zucche insipide e superbiose, ma è inutile – un caso di aborto spregevole dove la madre non si è accorta di nulla e crede di trovare altrove suo figlio in una gravidanza isterica al termine del ciclo quando una saccoccia oleosa e urlante la sventrerà amichevolmente e chiederà nella lingua prebabelica dei neonati ” dov’è la mia anima? perchè l’hai fatta scivolare via sulle tue coscione depilate come un rivolo di mestruo? che sbadata che sei! quella roba morta è petrolio cara mamma, eri ricca! non lo bruciare inutilmente prima delle notti di luna nuova quelle notti senza luna e senza stelle, quando il buio è così denso ed implacabile che la fiaccola si fa necessaria – solo allora accendi la fiaccola che brucia il buio per ottenere la luce, la materia nera che compone il 90% dell’ esistente vuole questo tipo di fiaccola – non le lunatiche notti estive ed invernali ed i chiari crepuscoli – parlo di notti cosmiche degli abissi della terra e le gole, il dentro degli organismi e delle madri a palpebre spente nel sonno profondo, gli abissi oceanici; la notte sull’atlantico e le bombe di profondità che vi implodono senza rilasciare nessuna forma di luce, il nero…sono tutt’uno con la roba che sta in mezzo alle stelle, con quello sfondo al quale siamo tutti appesi e messi in belle evidenza, sul nero, il passepartout che la luce nega e le dimensioni ingoia – e si proclama unica sanguinaria ideologia, unica religione, unico e percio negazione di ogni molteplice sberleffo interpretativo, unico perchè in questa densa deprivazione sensoriale a l’uomo non rimane che tacere – i giochi di luce ingannano – il petrolio è costante e inspiegato è una sicurezza trovare la nera amalgama del cosmo anche qui sulla terra, in forma semi solida, fluida sempre pronta a divenire roccia o etere – indecisa manifestazione divina della giustezza del ricco, il suo cappellone texano, il suo sorriso beffardo, la sua essenza sotto gli stivali. Come hai potuto sposare un simile mos

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da “La Felicità Terribile
Ass Cult Press 2013 – di Andrea Betti
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Andrea Betti
Tutti i diritti riservati © 2013

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Scritti per la Fine del Mondo | ebook | Simone Molinaroli

Posted in Ebooks, Libri, Razioni K with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on luglio 23, 2013 by Ass Cult Press
Scritti per la Fine del Mondo - Simone Molinaroli (2013, Ass Cult Press)

Scritti per la Fine del Mondo – Simone Molinaroli (2013, Ass Cult Press)

L’ultima raccolta di Simone Molinaroli “Scritti per la Fine del Mondo” è disponibile anche in versione ebook/pdf. Si può scaricare un’anteprima dal sito www.simonemolinaroli.org. Sono 230 kb in formato pdf.

Questo il link diretto per scaricare il file:

http://www.simonemolinaroli.org/ebooks/molinaroli-scritti-estratto.pdf

La versione integrale si può richiedere all’indirizzo: info@asscultpress.com

Anche a questo indirizzo insieme ad altri libri in formato digitale:
http://www.asscultpress.com/ebooks_asscultpress.html

Costa 1 euro.

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FISSAMMO L’ORIZZONTE


Fissammo l’orizzonte
fingendo una sorpresa adolescente.
Mano nella mano ci parlammo
lingue complesse e un canto siderale.
Per sempre lontani dal timore
di una vita irrealizzata,
le fatiche, le vanità, la presunzione,
tutta la materia del mondano,
risultarono evidenza innocua
per chi,
senza sbagliare la bellezza
con la promessa di una vita migliore,
risoluto aspettava l’estinzione.

da “Scritti per la Fine del Mondo” di Simone Molinaroli (Ass Cult Press, 2013)

Simone Molinaroli
Tutti i diritti riservati © 2013

Scritti per la Fine del Mondo - Simone Molinaroli (2013, Ass Cult Press)

Scritti per la Fine del Mondo – Simone Molinaroli (2013, Ass Cult Press)

Scritti per la Fine del Mondo – di Simone Molinaroli (razioni K #2)

Posted in Libri, Razioni K, Uscite with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on luglio 4, 2013 by Ass Cult Press

Ass Cult Press raddoppia.

Dopo l’uscita della tanto attesa ristampa de “La Felicità Terribile” di Andrea Betti esce una nuova raccolta di Simone Molinaroli (www.simonemolinaroli.org). Raccoglie testi in parte già editi (in precedenti raccolte o inclusi in antologie) e in parte inediti. Ciò che li tiene insieme,  a parte i punti metallici e l’autore, è l’essere stati usati per il progetto musicale  “La Fine del Mondo” (www.lfdm.org).

È una plaquette di 24 pagine. Il progetto grafico è di Margherita Perugi.

Lo potete osservere in foto insieme all’insalata e al radicchio.

Chi gradisse riceverne una copia può scrivere a: info[at]asscultpress.com

Segue un estratto.

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BREVE RESOCONTO D’INIZIO MILLENNIO
Gli Orsi Polari morivano di noia
ancorati all’idea di una banchisa perduta.
La bianca distesa svanita
in un disgelo anch’esso
composto con la sostanza del ricordo.
Innamorati felici
si scambiavano revolverate
correndosi incontro, moribondi,
col kit di primo soccorso
per curare interminabili ferite
di armi sconosciute.
Uomini confusi
lanciavano granate nella foschia,
il breve ridere loro furbesco
partoriva lo sgomento
che paralizza il disegno animato
nel vedere l’ordigno beffardo
rilanciato dal nemico inaspettato.
C’erano questi ed altri
ed altri ancora
che non sembravano importanti.
Addetti ai lavori in maggioranza,
funzionari e giovani di mestiere
che abusavano dell’invidia e del rancore
e non sembrarono mai capire
la loro ridicola sventura.

da “Scritti per la Fine del Mondo” di Simone Molinaroli (Ass Cult Press, 2013)

Simone Molinaroli
Tutti i diritti riservati © 2013

Scritti per la Fine del Mondo - Simone Molinaroli (2013, Ass Cult Press)

Scritti per la Fine del Mondo – Simone Molinaroli (2013, Ass Cult Press)

La Felicità Terribile | in anteprima la postfazione di Rocco Traisci (3 di 4)

Posted in Libri, Poetry for the Masses, Uscite with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on giugno 6, 2013 by Ass Cult Press

Questo scrive Rocco Traisci nella postfazione a “La Felicità Terribile & Zucchero Spinato” di Andrea Betti

UNA LINGUA NATURALE CHE NESSUNA NATURA IDEÒ  – postfazione di Rocco Traisci a “La Felicità Terribile” di Andrea Betti

… e cazzo, quando ho sentito parlare per la prima volta di Andrea Betti mi dissero che era stato il cantante dei Go Insane, un gruppo di cui avevo letto recensioni incoraggianti in qualche fanzine di merda come se ne facevano a chili nei gloriosi inizi degli anni ’90. Erano i postumi dell’ubriacatura grunge, in pieni ventanni o poco più. Era il ’95 ed ero sbarcato da qualche mese in viale Adua periferia di Pistoia, percorrendo da Castellammare di Stabia 600 chilometri verso nord per pagare il mio debito formativo con l’esercito italiano, in qualità di obiettore di coscienza in un centro per disabili. E voi non avete idea di cosa sia viale Adua a febbraio, dove per sghiacciare il parabrezza della macchina bisognava accendere il motore e lasciarlo grugnire per un quarto d’ora. Insomma, quel Betti lì dovevo conoscerlo per forza se volevo sopravvivere alla conca dell’appennino. E così conobbi Ass Cult Press, di cui feci parte e con cui passai l’anno più intrigante della mia vita. Che dire. E’ cominciato tutto lì, in via de’ Fabbri o a Follonica. E la ‘Felicità Terribile’ mi insegnò che a Burroughs mancava solo il senso dell’umorismo di Andrea. Non dirò altro sul libro. Dirò solo che il Betti è uno scrittore che disegna linguaggi, li agita, li mangia, li esprime come Fellini esprimeva il pianto a dirotto del clown. La lingua di Andrea Betti è una lingua naturale ma che nessuna natura ideò, è genio che sottace dietro volti mai apparsi a bocca nuda, è la tenera debolezza del forzuto, il superomismo tartaglione degli invicti, il crasso odor vissuto dei teneri bimbi di nessuno, l’arte del disonore di chi s’appoggia a muri di piume, la disperata bracciata dei naufraghi verso pinne di squali a forma di tette…

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La Felicità Terribile | in anteprima la postfazione di Lorenzo Giuggioli (2 di 4)

Posted in Libri, Poetry for the Masses, Uscite with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on giugno 5, 2013 by Ass Cult Press

Questo scrive Lorenzo Giuggioli (www.dizlexiqa.com) de La Felicità Terribile di Andrea Betti.

CHI NON RIDE È PERDUTOpostfazione di Lorenzo Giuggioli a “La Felicità Terribile” di Andrea Betti

La prima volta che ho bussato alla porta di Ass Cult Press, allora come ora la miglior casa editrice sotterranea e illegale d’Italia, come tutta risposta mi è stato dato, tra gli altri, questo librino tutto nero, “la felicità terribile” di Andrea Betti.
Credo che fosse un modo per dissuadere impostori, benpensanti e moderati o addirittura per scoraggiare chiunque dallo scrivere: se lo leggerete e lo amerete come lo amo io, potrete capire cosa intendo.
Credevi nei tuoi vent’anni di essere incazzato, di saper scrivere e di avere una visione totale del mondo e ti riscoprivi una specie di chierichetto conservatore che teneva a stento in mano una penna.
Tu con le tue misere rabbie esistenziali e politiche da tarda adolescenza e questo che aveva già superato relativismo, nichilismo, speranza e pietà e ti propinava come un dato di fatto le macerie del mondo.
Dopo poche righe la coscienza, così tendente all’autostima o quantomeno all’autoconservazione, cercava un salvataggio nell’immaginazione: come sarà questo Andrea Betti, questo talentuosissimo figlio di puttana che maneggia la lingua, a poco più di vent’anni, come un Testori toscano di oggi?
Mi immaginavo una sorta di sventurato, un deforme alla Leopardi che nel buio della sua stanzetta passava il suo odiato tempo ad osservare il mondo e a detestarlo. Ma continuando la lettura l’immagine prendeva un corpo diverso: questo era il tipico postadolescente che se fosse nato in Colorado avrebbe imbracciato un mitra e sarebbe entrato in una scuola pubblica sparando all’impazzata. Probabilmente, come in ogni buona notizia che viene dall’America, alla fine si sarebbe suicidato.
Questo pensiero mi permetteva (ed ero solo al primo paragrafo) di non dover temere il confronto.
Ma era un trucco, e non sarebbe durato a lungo.
Ed infatti, all’altezza di “tutto il nulla…” l’immagine smetteva di funzionare e si caricava di nuove eventualità: Questo Betti poteva entrare in una scuola del Colorado ma alla fine non si sarebbe suicidato, e si sarebbe proclamato innocente.
O avrebbe sparato con armi finte, tanto per seminare terrore e poi ridere di chi se l’era fatta addosso.

O, proseguendo nella lettura, avrebbe sparato con pistole ad acqua, o si sarebbe messo in coda per iscriversi alla prima liceo, o avrebbe cantato a tutta voce “Bela Lugosi is dead”.
Conoscere Andrea è stato un sollievo. Perchè lui è tutto questo (a parte il deforme alla Leopardi) e molto altro: dategli del napalm e vi farà ammazzare dal ridere.
Sono (terribilmente) felice che si ristampi questo libro, mi aiuterà ancora nei miei distinguo nel genere umano: chi non ride è perduto, tristo e non sta capendo un cazzo.

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La Felicità Terribile | in anteprima la postfazione di Caterina Tritto (1 di 4)

Posted in Libri, Poetry for the Masses, Uscite with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on giugno 4, 2013 by Ass Cult Press

Ormai ci siamo. “La Felicità Terribile & Zucchero Spinato” di Andrea Betti è sulla via della ristampa. Per ingannare l’attesa, possiamo leggere cosa, di quel libro, hanno scritto nella postfazione a 8 mani gli amici di Andrea Betti. Per cominciare, Caterina Tritto:

È FINITA UN’EPOCApostfazione di Caterina Tritto a “La Felicità Terribile” di Andrea Betti

Bene, ogni volta che leggo La Felicità Terribile mi sento una ritardata e capiterà anche a voi cari miei.
Per questo ho deciso di astenermi da una prefazione ma elencherò quello che questa opera stra-ordinaria mi ha evocato:

Lo struggimento di Alphaville [Jean-Luc Godard, film del 1965] e di conseguenza Capitale del dolore [Paul Eluard], le atmosfere dark dei Joy Divison, Giacomo Balla e la velocità astratta, il filosofo Henri-Louis Bergson – credere nei dati immediati della coscienza -, il movimento arte nucleare dove “ La verità non ci appartiene: è dentro l’atomo”, Don Backy e Frank Zappa allo stesso tempo, la fotografia di Victor Cobo nel senso di estraniazione, decadenza, duplicità del reale e poi il concetto di felicità nella sua estensione, dall’antica Roma di Seneca e l’autocoscienza di sé all’approccio positivista di fine ottocento con il farmacologo e psicoterapeuta francese Emile Coué, che ideò il principio dell’autosuggestione cosciente. Ho pensato anche a John Keats, il grande poeta romantico inglese, il quale diceva che il vero genio esiste solo nella capacità di essere negativi. Ho pensato a troppe cose. Cercatele pure voi. Il libro di Andrea Betti è un viaggio allucinante, un trip semantico, in cui la ricerca della felicità può sembrare un concetto di branding, che poco a poco è stato applicato alle persone. E come si arriva ad essere felici? Cambiando prospettiva: accettando il fatto che nella vita serve l’alternanza. Eventi positivi e negativi. Le tecniche per arrivare a questa saggezza semplice le hanno inventate gli antichi. Il memento mori non era altro che la coscienza della mortalità accettata come fatto, ed elevata a motivazione per essere felici.

Io, personalmente, ringrazio l’amico ed autore, con cui ho sperimentato indimenticabili momenti di alternanza.

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